Industrie Culturali

I due filosofi  Max Horkheimere e Theodor W. appartenenti alla scuola di Francoforte, adottarono per la prima volta il termine Industria Culturale, in “Dialettica dell'Illuminismo” (1947), per indicare il processo di riduzione della cultura a merce.
Entrambi i filosofi francofortesi volevano evidenziare con tale nozione di Industria Culturale, la complessità ambigua dell'ideologia capitalista che sembrava oscurare la dialettica tra cultura e società.
Da tale visione pessimistica del concetto di Industria Culturale, ne è scaturito un lungo dibattito sulla cultura di massa.

Walter Benjamin pur condividendo la posizione ordinaria sulla “razionalità Illuministica” individua, invece, nel processo tecnologico la leva per l'emancipazione sociale delle masse e per una possibile democratizzazione culturale.

Per lo studioso francese Edgar Morin, in “L'esprit du temps”, l'Industria Culturale non è solo uno strumento ideologico manipolatore delle coscienze, ma soprattutto un'enorme officina di elaborazione dei desideri e delle attese collettive.
Proprio questa contraddizione dinamica tra invenzione e standardizzazione consente, da un lato, l'immenso catalogo di stereotipi su cui si regge la produzione di massa, dall'altro il permanere di una certa creatività e originalità, presupposto basilare e vitale di qualsiasi consumo culturale.

Il linguista americano Noam Chomsky, critico radicale del “potere dei media” nell'epoca dei regimi
totalitari, afferma che la diffusione di prodotti culturali standardizzati rappresenti la minaccia ai valori più elevati della cultura intesa come strumento di costante critica nei confronti della vita e di ogni suo problema.

Il ricercatore inglese Nicholas Garnham, analizzando le logiche che governano la produzione di opere culturali, utilizza per la prima volta il termine “Industrie Culturali”. L'utilizzo dell'espressione al plurale indica lo scostamento dello studioso dall'accezione originaria che legava l'Industria Culturale alla cultura di massa. Nell'opera “Capitalism and Comunication” (1990) sostiene che le “Industrie Culturali” sono quelle istituzioni che nella nostra società impiegano i modi di produzione e di organizzazione caratteristici delle corporazioni industriali per produrre e diffondere beni e servizi culturali.

Nel corso del tempo si sono susseguite altre ricostruzione del concetto di “Industria Culturale”, sia ideologiche che storiche, che hanno evidenziato una serie di aspetti connessi.

L'Unesco nel 1982 ha avanzato una definizione del concetto di “Industria Culturale”, intendendo con questa espressione la produzione e riproduzione di beni e servizi culturali, immagazzinati e distribuiti con criteri industriale e commerciali su larga scala, seguendo strategie basate su considerazioni economiche prevalenti sulle strategie relative allo sviluppo culturale connesso.

L'impegno istituzionale del Dipartimento Operatori Economici Culturali, quindi del Sindacato Nazionale Cisl Cultura, consiste proprio nell'armonizzare le considerazioni economiche “prevalenti”con le “eque” strategie dello sviluppo della Cultura, facendo propria l'interlocuzione tra Istituzioni e Lavoratori Autonomi, al fine di scongiurare ogni generica forma di moderno mecenatismo, per una migliore condivisione del primario bene umano della”Cultura”.

Con l'adozione del Trattato di Maastricht è stato disciplinato, per la prima volta, un paragrafo specifico concernente la Cultura, colmando la lacuna presente nel Trattato di Roma del 1957 che ha istituito la Comunità Economica Europea.

L'articolo nr. 151 del Trattato di Nizza, pone le basi legali per porre in essere le azioni promosse dalla Comunità atte a incoraggiare, promuovere e integrare le iniziative poste in essere dagli Stati Membri, contribuendo al pieno sviluppo delle culture degli Stati Membri, nel rispetto di ognuna delle diversità nazionali e regionali, risaltandone contestualmente il retaggio comune.
La Comunità ha destinato parte del Fondo Sociale Europeo e del Fondo per lo Sviluppo Regionale alle attività culturali, istituendo programmi volti a sostenere e preservare il patrimonio culturale.

Non esiste ancora una chiara definizione delle Industrie Culturali, in tale categoria è possibile includere un'ampia gamma di attività economiche,culturali e non culturali.
L'indeterminatezza concettuale delle Industrie Culturali contrasta con la realtà dell'offerta contrattuale, stimolata dal dinamismo delle PMI e che coinvolge un insieme di settori economici con un impatto positivo sul mercato dell'occupazione.
Di fronte alla progressiva integrazione delle economie, le PMI del settore culturale e le imprese artigianali sono anche esse soggette alla concorrenza internazionale. Per garantire il ruolo cruciale che esse svolgono nel mantenimento dell'occupazione e nello sviluppo locale, è importante fornire a tali imprese i mezzi, per riuscire in tale ambiente economico.
Assi prioritari: l'ambiente amministrativo, fiscale e soprattutto finanziario delle PMI culturali e la promozione dello spirito d'innovazione presso gli imprenditori riguardo l'applicazione dei principi della “gestione culturale”.
L'istituzione da parte delle autorità nazionali di meccanismi di sostegno a favore delle imprese culturali, che tengano conto della loro specificità, favorisce ulteriormente lo sviluppo delle Industrie  Culturali.
Creatività del settore culturale e iniziativa individuale, accelerano lo sviluppo delle imprese culturali. Al contrario un ambiente che favorisca in termini relativi, soltanto le grandi imprese del settore culturale costituisce chiaramente un ostacolo alla creazione e consolidamento delle PMI culturali e delle imprese artigianali.

Il Turismo Culturale è un settore potenziale, considerato come trampolino di lancio e strumento di promozione delle Industrie Culturali.

Il principio di sussidiarietà ed il quadro limitato dell'art. 128 del Trattato CEE fanno si che non si possa attendere dall'Unione europea un intervento troppo consistente nel settore culturale; ciò non impedisce di conferire alle Industrie Culturali la visibilità politica che meritano, al fine di avviare in futuro le misure di cui necessitano.

Le Industrie Culturali, possono contribuire alla creazione di occupazione ed essere nel contempo un mezzo per rafforzare il senso di “comunità” in Europa.
La sfida consiste nel conciliare la cultura come veicolo di sviluppo dell'identità europea con la promozione di nuove fonti di occupazione sostenibili, indipendenti e compatibili con l'economia di mercato.

Le Regioni ed i Comuni sembrano essere i soggetti, gli iniziatori di una nuova politica culturale inscritta in un nuovo contesto internazionale.
Oltre ai problemi di evoluzione giuridica e di organizzazione amministrativa, viene sottolineata l'importanza dell'Istruzione e della Formazione “artistico – culturale” della popolazione europea.

Occorre offrire al cittadino europeo l'opportunità di conoscere la propria Cultura e quella di altri popoli e stimolare il desiderio di approfondire tale “Conoscenza” attraverso contatti costanti con il mondo della cultura.

Nel campo della Formazione è necessario formare figure specializzate nei contenuti della gestione culturale.

La parità di “accesso alla Cultura” è il mezzo attraverso il quale ciascuno può ricevere l'eredità culturale comune.
(Fonti citate: Education and Culture Series EDUC 104, Parlamento Europeo 10/99).